Agenda Climatica Mantova

Introduzione

La crisi climatica è già in corso e le sue conseguenze sono già drammatiche. Dopo almeno un decennio di danni gravi alle comunità più vulnerabili e ai Paesi poveri, la crisi climatica sta
cominciando a mostrare la severità con cui può colpire le vite di tutti noi, anticipando un finale ben peggiore. Secondo l’ultimo rapporto dell’IPCC, l’organismo intergovernativo delle Nazioni Unite che si occupa di crisi climatica, la massima autorità scientifica del settore, abbiamo già raggiunto un riscaldamento di 1.2°C rispetto all’epoca pre-industriale

La Transizione Ecologica non può più essere ignorata con forme velate di negazionismo climatico, come fa l’attuale governo, né può essere relegata a settore di un programma più generale, ma deve entrare come linea trasversale e irrinunciabile in tutte le politiche. Le decisioni che faremo come società umana da qui al 2030 sono determinanti per la vita e la sopravvivenza degli abitanti di questo Pianeta e delle generazioni successive. Gli scienziati dell’IPCC riportano che gli effetti delle emissioni di gas climalteranti che emettiamo oggi saranno visibili per millenni a venire.

La fisica del Sistema Terra e la fragilità degli ecosistemi che ci ospitano non aspettano i tempi burocratici e non accettano i nostri compromessi. Per questo dobbiamo muoverci con tutte le nostre forze verso ciò che è necessario: ridurre rapidamente e drasticamente le emissioni di gas climalteranti e fermare la distruzione degli ecosistemi in atto.

La transizione ecologica nella provincia di Mantova non è solamente necessaria, ma è una grande opportunità per rivitalizzare l’economia locale, per favorire il turismo, per alleggerire le bollette mettendo l’energia in mano ai cittadini, per creare un ambiente salubre e a misura d’uomo.

Indice dei contenuti:

1. ENERGIA

La transizione energetica è l’ossatura della transizione ecologica.
Per una transizione energetica compatibile con il contenimento dell’aumento della temperatura globale attorno agli 1.5 C°, è necessario procedere alla conversione di tutto il settore energetico
alle fonti rinnovabili con un tasso di riduzione delle emissioni superiore al 20% annuo.

E’ necessario vietare qualunque nuovo progetto legato alle fonti fossili, con una attenzione rivolta alle industrie energetiche che contribuiscono al 24% delle emissioni italiane, e ridurre progressivamente il loro utilizzo fino ad azzerarlo entro il 2035.
Ciò comprende i nuovi progetti di rigassificatori, gasdotti o qualunque infrastruttura fossile prevista a livello nazionale o dai più recenti piani energetici europei. L’ampliamento delle
centrali termoelettriche di Ostiglia e Sermide, anche se previste dal capacity market, sono opere non accettabili in un contesto di promozione dell’energia pulita. Il capacity market, meccanismo
europeo che l’Italia ha adottato solo per il gas, risulta del tutto inutile nel territorio mantovano, detentore del primato di Provincia con più produzione termoelettrica in Italia, pari a 5 volte
superiore al consumo. Appare evidente come l’aumento di 800 mw di potenza nominale della centrale termoelettrica di Ostiglia, che la renderebbe uno degli impianti più potenti d’Europa, e
l’aumento di 300 mw della centrale di Sermide siano opere inutili oltre che insostenibili.

Inoltre, è necessario un coordinamento multilivello per la pianificazione di interventi di efficientamento e di sufficienza energetica in tutti i settori chiave per una contemporanea
riduzione dei consumi. (Vedi punto 2)

Ci troviamo in un momento cruciale, in cui è necessario costruire un nuovo modello energetico basato sulle energie rinnovabili, in gran parte decentralizzato, flessibile e di proprietà della comunità. L’energia comunitaria è un modo pratico per affrontare le molteplici crisi sistemiche di oggi. Con l’energia nelle mani delle persone e delle comunità possiamo affrontare le sfide climatiche, ecologiche e sociali collettivamente e in modo complementare, rivitalizzando l’economia locale, facilitando il raggiungimento di questo obiettivo. Ogni milione di euro investito nell’energia pulita crea il triplo dei posti di lavoro rispetto allo stesso ammontare speso nei combustibili fossili.

Al centro della proposta si collocano le CERS (comunità energetiche rinnovabili solidali). Andranno formate in tutti i 71 Comuni della provincia di Mantova. La loro formazione deve
essere promossa e guidata dai Comuni, con un ente esterno di gestione burocratica, come il protocollo d’intesa che coinvolge Comuni ed associazioni sul territorio promosso dal Consorzio
Oltrepò Mantovano. Questo permetterà ai Comuni di ridurre le proprie emissioni senza aggravare il carico di lavoro e contribuirà ad alimentare le casse statali. Nelle CERS andrà
coinvolta attivamente anche la cittadinanza, attraverso finanziamenti che vengano erogati in primis alle fasce di popolazione che si trovano in condizioni di povertà energetica, fino ai finanziamenti previsti dal PNRR e dalla Regione Lombardia.
Finché il protocollo burocratico delle CERS non sarà pronto si possono creare Comunità Solari, burocraticamente autonome e di veloce attivazione.

La potenza massima prevista attualmente dalla normativa è 1MW. Nei casi in cui il Comune necessiti di una potenza maggiore si potranno creare più CERS, ad esempio una con a capo il
Comune, una con un’associazione/fondazione e così via.

Si rende necessario monitorare i consumi energetici di tutti gli attori coinvolti nella CERS, con relative fasce orarie di consumo, affinché la potenza energetica installata sia utilizzabile al
massimo.

A marzo 2023, l’UE ha deciso di rafforzare la sua legislazione, con il fine di raggiungere il target del 45% dei consumi totali coperti da energie rinnovabili al 2030. Questo significa raddoppiare
la capacità installata in tutta Europa. Questo obiettivo non riguarda solo i consumi elettrici, ma anche quelli che attualmente avvengono tramite uso diretto di altre fonti di energia, come il
petrolio per i veicoli e il gas nelle abitazioni.

2. EFFICIENTAMENTO ENERGETICO

Gli edifici sono responsabili del 40% del consumo energetico e del 36% delle emissioni di gas a effetto serra globali.
Il settore del riscaldamento e del raffreddamento degli edifici rappresenta l’80% del consumo energetico delle famiglie.
Il parco edile italiano è attualmente un colabrodo energetico.
Nell’ottica di una maggiore efficienza (installare meno potenza ma con risultati almeno equiparabili) occorre efficientare gli edifici attualmente in possesso dei Comuni ed erogare bonus che permettano di modificare la classe energetica delle abitazioni e delle industrie, da erogare solo in caso di rispetto di determinati criteri più rigidi rispetto a quelli passati.

Secondo il Parlamento Europeo, gli edifici residenziali dovranno raggiungere, come minimo, la classe di prestazione energetica E entro il 2030, e D entro il 2033. Per gli edifici non residenziali e pubblici il raggiungimento delle stesse classi dovrà avvenire rispettivamente entro il 2027 (E) e il 2030 (D)

I criteri di efficientamento da seguire sono quelli dello standard passivhaus per le nuove costruzioni, e, sebbene sia altamente difficile portare un edificio esistente al livello di passivhaus, è tuttavia possibile arrivarci molto vicino, diminuendone di almeno il 75% la richiesta energetica.

Con standard passivhaus si intende:

  • Ottimo livello di protezione termica. L’isolamento termico, se ben progettato, consente di evitare dispersioni di calore e di conseguenza ha un impatto positivo anche sui costi.
  • Involucri ad elevata tenuta dell’aria capaci di superare i Blower Door test
  • Riduzione di ponti termici
  • Presenza di finestre ben coibentate con doppi o tripli vetri (a seconda del clima)
  • Uso della ventilazione meccanica controllata con recupero di calore che permette un continuo ricambio dell’aria in casa
  • Studio della posizione e dell’ombreggiatura. La casa passiva deve essere costruita in modo tale da poter sfruttare al massimo l’esposizione ai raggi solari nei diversi tipi di clima

Il massimo che serve per un edificio passivo di 150m2 è una potenza termica di 1,5 kW, con un costo stimato di circa un caffè al giorno per alimentarla energeticamente.
Con l’installazione di un impianto termo fotovoltaico, che lavora sulla massimizzazione dell’utilizzo delle rinnovabili nel momento della produzione, i costi sono pari a zero.
Nelle altre opere realizzate dai Comuni (parchi gioco, riparazione di strade, ecc) bisogna privilegiare materiali riciclati e prodotti con processi sostenibili.

Occorre inoltre introdurre corsi di formazione obbligatori e gratuiti, tenuti da tecnici certificati passivhaus o casa clima, per aziende edili, elettricisti ed idraulici, in modo da formare sugli
accorgimenti da adottare nelle riqualificazioni ed avere maggiore disponibilità di forza lavoro altamente formata.
Per il supporto ai cittadini istituire uno sportello Energia e Clima in punti nevralgici diffusi sul territorio, creando al contempo posti di lavoro ed un aiuto concreto alla cittadinanza.

3. MOBILITA’

In Italia i trasporti sono responsabili del 31% delle emissioni di gas serra (Ispra 2023), di cui il 70% è emesso da automobili, e sono l’unico settore a non aver ridotto le emissioni dal 1990, oltre che a far guadagnare all’Italia il secondo posto per auto pro capite in Europa (40 milioni).

Dal momento che un terzo degli spostamenti in automobile sono urbani e di lunghezza inferiore ai 10 km, bisogna incentivare la mobilità pubblica e dolce, riducendo il più possibile le emissioni
da trasporti.
Quindi è importante promuovere la mobilità condivisa e la mobilità ciclo-pedonale sicura in ambito urbano, lavorando anche sulle abitudini di spostamento dei cittadini.
Le misure da adottare sono l’allargamento delle zone ZTL, l’imposizione del limite di velocità a 30km/h in zone urbane, la riduzione dello spazio destinato ai parcheggi e la realizzazione di
nuove ciclabili. Queste misure possono essere combinate con un servizio di bike sharing e car sharing elettrico, adattando queste misure alle esigenze dei vari Comuni.

Riducendo l’utilizzo delle auto non scendono solo le emissioni, ma anche la mortalità. Le “zone 30”, infatti, aumentano di 6 volte le possibilità di sopravvivenza di un pedone in caso di incidente
stradale. A questo sommiamo una riduzione dell’inquinamento acustico e la creazione di spazi più fruibili, anche in ottica di sviluppo del turismo, del commercio locale e del settore
dell’intrattenimento.

Un altro modo per ridurre l’inquinamento da trasporti è la riduzione degli spostamenti casalavoro, grazie all’implementazione di approcci organizzativi come lo smart-working. Lavorare da casa riduce le emissioni di circa 600 chilogrammi di anidride carbonica all’anno per lavoratore (-
40%), con un notevole risparmio di tempo (circa 150 ore), distanza percorsa (3.500 km) e carburante (260 litri di benzina o 237 litri di gasolio), come emerge da uno studio ENEA
sull’impatto ambientale del telelavoro a Roma, Torino, Bologna e Trento nel quadriennio 2015-2018, pubblicato sulla rivista internazionale Applied Sciences.

Infine bisogna promuovere la mobilità pubblica con sconti sul trasporto regionale e locale. A Mantova verrà raddoppiata la linea ferroviaria Piadena-Mantova e il parco bus verrà ampliato
con 4 bus elettrici e 4 bus ad idrogeno ma bisogna anche pensare a ridurre il costo dei biglietti, per garantire lo spostamento a cittadin* meno abbienti e per invogliare la popolazione ad
utilizzare i mezzi pubblici. Un esempio virtuoso è Bari, dove l’abbonamento annuale per l’autobus per i residenti in città è gratuito (salvo alcune fasce d’età che hanno la gratuità solo in
determinate ore del giorno), e Trento, dove l’abbonamento per i mezzi pubblici per student* in tutta la provincia costa solo 50€.

In alternativa a mezzi su ruote il Comune potrebbe puntare sul tram, mezzo pubblico che si dimostra essere migliore degli autobus sia per vita del mezzo (un tram ha 40 anni di “vita”
contro i 20 del bus), per inquinamento acustico, per accodamento dovuto al traffico e per ritardi dei mezzi, per domanda energetica e infine per emissioni di gas serra.

Un’altra soluzione propugnata dal governo e da alcune aziende del settore è quella dei biocarburanti. E’ evidente l’impatto negativo dell’utilizzo di queste risorse che, se in un contesto
di transizione equa e giusta avrebbero un ruolo marginale ma positivo, diventano strumenti comunicativi volti a rallentare la transizione dei trasporti e a preservare la produzione dei
combustibili fossili. Un recente studio di Legambiente, infatti, dimostra come il 75% dei biocarburanti (principalmente biodiesel) usati in Italia derivi da biomasse coltivate di importazioni a rischio deforestazione. Se la produzione avviene in campi ad hoc e a seguito di deforestazione, le emissioni sono altissime. L’Unione Europea stima che in questo caso le emissioni di anidride carbonica da biodiesel siano il triplo che della combustione di normale gasolio nel caso dell’olio di palma, il doppio nel caso della soia. Gli scarti prodotti localmente, che sarebbero davvero una fonte di carburante sostenibile, non bastano neppure per coprire il 4% del consumo attualmente rappresentato dal biocarburanti.

4. TUTELA DEL SUOLO

Il suolo è una risorsa ambientale fondamentale, limitata e non rinnovabile. Il suolo è la base della nostra vita e ci garantisce una serie di servizi ecosistemici gratuiti che sono fondamentali
per la nostra sopravvivenza. Il suolo non è però adeguatamente tutelato nel nostro Paese e, in particolare, nel nostro territorio.
La provincia di Mantova è la prima provincia lombarda per consumo di suolo pro capite, con 24.826 ettari di suolo consumato, pari al 10,60% del territorio.

Il consumo di suolo registrato nel territorio italiano dal 2012 ha portato alla perdita di 4’155’000 quintali di prodotti agricoli, non ha garantito l’infiltrazione nel terreno di 360 milioni di metri cubi di acqua piovana (portando a catastrofi come quella emiliana), non ha garantito lo stoccaggio di quasi tre milioni di tonnellate di carbonio. Secondo Ispra se il trend di consumo di suolo continuerà com’è oggi, il nostro paese perderà entro il 2030 tra gli 81 e i 99 miliardi di euro, metà dei fondi del PNRR, in quanto ogni metro quadrato di suolo consumato non concede mai più i suoi servizi e quindi la perdita economica va ad accumularsi di anno in anno.
I dati della maggior parte dei Comuni lombardi mostrano un consistente disaccoppiamento tra la popolazione e il consumo di suolo: i cittadini sono in calo o stabili, eppure le aree cementificate aumentano.

Diverse aree delicate del territorio mantovano sono ora a grave rischio cementificazione, un esempio significativo è quello dell’area dell’ex lago Paiolo, acquistata da un’azienda privata a un
prezzo molto inferiore rispetto a quello di mercato, nonostante sia una zona ricca di biodiversità, con due specie protette e con tutte le qualità necessarie per essere classificata come riserva naturale orientata. I danni irreversibili, in questo caso come in molti, sono legati al rischio idrogeologico: l’area, infatti, è in una zona depressa di Mantova e permette la raccolta delle acque piovane evitando allagamenti in caso di piogge estreme.

Sono molteplici le aree catalogate come “sacrificabili”: l’area Valdaro, futura sede del polo logistico, la zona di espansione dell’ipermercato Martinelli, la zona d’espansione di Eusider, ad
Ostiglia, le aree limitrofe a Bosco Fontana, e molte altre.

E’ responsabilità dei comuni trovare strategie per evitare la cementificazione, partendo dalla formazione e dalla sensibilizzazione su questa risorsa fragile. Per evitare la futura
cementificazione di altre aree verdi cambiare la destinazione d’uso di questi lotti è il primo passo per una politica di tutela del suolo.

L’attuale gestione del suolo mina la salute economica del territorio e dei cittadini, in favore degli interessi di pochi privati. Inoltre, la legislazione nazionale che regola il sistema di gestione
territoriale, toglie potere ai comuni, costretti, per far respirare le casse, a concedere l’edificazione massiva. Questo sistema esclude e ignora la volontà dei cittadini, come è stato mostrato concretamente in molte occasioni nel territorio mantovano, spostando la bilancia in favore di aziende di grandi dimensioni, che ricattano i territori portando a sacrificare un ambiente salubre e degli importantissimi stock di CO2 in cambio di posti di lavoro.

Una gestione corretta del suolo prevede di applicare il principio di sufficienza, riducendo al massimo ciò che viene consumato e in ogni caso, allineando gli utilizzi ai bisogni reali della cittadinanza nel suo complesso.

5. ALLEVAMENTI E AGROECOLOGIA

Il sistema agricolo e alimentare globale (abbiamo un sistema alimentare globale!) è sotto crescente stress. Dalla rivoluzione verde degli anni 40’, la produzione di cibo è aumentata in
modo molto consistente, legandosi indissolubilmente all’utilizzo di fertilizzanti, pesticidi, irrigazione artificiale e trattamenti meccanici automatizzati. L’aumento di produttività del terreno non è reso possibile solo grazie a tecniche e tecnologie migliori, o all’utilizzo di piante selezionate, ma anche da un uso massiccio dei combustibili fossili. L’utilizzo massiccio di monocolture, con l’aggiunta di pesticidi e fertilizzanti, sommata ai fenomeni di erosione e consumo del suolo e agli impatti della crisi climatica, rendono drammatica la situazione, mettendo a rischio la produzione. Fornire cibo sano a tutti, anche nei Paesi industrializzati, è una sfida complessa, che non possiamo perdere.

L’ostacolo più grande alla realizzazione di un’agricoltura ecologica e in grado di sfamare tutti e la crescente domanda di alimenti di origine animale, in particolare carne. La quantità prodotta
oggi è pari a quasi cinque volte quella prodotta negli anni 60’. Basti pensare che il 60% della biomassa di mammiferi sul Pianeta è costituita da suini, bovini, mentre il 36% è costituito da umani e solo il 4% da mammiferi selvatici.

La carne ha un’impronta ecologica molto superiore a quella di qualsiasi alimento vegetale (a parte alcune rare eccezioni, come avocado, cacao, cioccolato e riso). Gli allevamenti di bovini,
in particolare, hanno un impatto ambientale fuori scala rispetto alle altre produzioni alimentari.
Questo è dovuto in buona parte all’emissione di gas metano, un gas che ha un effetto climalterante pari a 80 volte quello della CO2 se consideriamo i 20 anni successivi a quando viene emesso.
Anche per questo motivo, gli allevamenti intensivi sono responsabili da soli del 14.5% delle emissioni di gas serra (misurati in CO2eq). In Italia, poi, sono responsabili del 75% delle
emissioni di ammoniaca (Ispra), rappresentando la seconda fonte di polveri sottili dopo il riscaldamento. Per non parlare dell’utilizzo del suolo e del consumo di acqua: per produrre 1kg di carne sono necessari 15.500 litri d’acqua, contro i 322 che occorrono per 1 kg di verdura.

La Lombardia, coi suoi 1.538.469 capi bovini e 4.427.406 capi suini, è una delle zone maggiormente responsabile di tali emissioni, e la Provincia di Mantova non è da meno.
Il Comune di Schivenoglia è l’esempio assoluto di come gli allevamenti siano predominanti nel nostro territorio: con una portata di 17.000 capi suini (16 ad abitante), 10.000 dei quali presso un solo stabilimento, l’intero paese è ormai un contorno a quella che è di fatto un’immensa porcilaia. Questo sistema danneggia l’ambiente, la salute dei cittadini (a causa della alte
concentrazione di PM2,5), e le tasche degli allevatori, in quanto la quasi totalità di questi capi (14.000) è nelle mani di un solo proprietario (gruppo Cascone), impedendo un’equa
distribuzione delle ricchezze.

Eppure è evidente come la riduzione del consumo di carne faccia bene al pianeta ed alla salute: le emissioni prodotte da una persona con una dieta prevalentemente carnivora sono 3,3
tonnellate di Co2 annue, con un aumento di probabilità di diabete, infarto e problemi cardiovascolari, obesità e cancro, specialmente nei tratti gastrointestinali. L’IARC ha definito la carne rossa come probabilmente cancerogena (classe 2A) e la carne rossa lavorata come sicuramente cancerogena (classe 1 della classificazione dello IARC), con dati basati sulla revisione di 800 studi sull’argomento.
Una dieta vegetale, invece, ha un impatto emissivo a persona di 1,7 tonnellate di Co2 annue, dimezza la possibilità di malattie cardiovascolari, e abbatte del 70% il rischio di tumori.

E’ necessario ridurre significativamente il numero totale dei capi negli allevamenti intensivi, e ripensare l’allevamento in generale, spostando la produzione dai grandi complessi zootecnici
alle piccole aziende agricole, restituendo lavoro diffuso sul territorio e un maggior benessere animale. Soprattutto occorre far rispettare le restrizioni ambientali vigenti e monitorare le emissioni di ogni allevamento presente nel mantovano, in modo da avere un quadro chiaro su cui poter agire.

Inoltre, bisogna essere promotori di una dieta prevalentemente vegetale in ogni luogo possibile, con una comunicazione chiara e basata sui dati scientifici. I comuni e le province possono favorire alimenti di origine vegetale nelle scuole, nelle mense pubbliche e negli eventi culturali.
Per superare lo scoglio culturale, inoltre, è necessario realizzare delle campagne comunicative efficaci che mostrino la dieta a base vegetale per quello che è: un’opportunità di benessere e salute per tutti e una responsabilità di ognuno.

Nella provincia di Mantova esistono già varie aziende che lavorano nel rispetto dell’ambiente e della salute (aziende biologiche, produttori di sostituti della carne o dei prodotti di origine animale). In questo senso la Provincia potrebbe divulgare bandi che sostengono e favoriscono le aziende che producono in modo sostenibile, generando posti di lavoro.

6. TURISMO SOSTENIBILE

L’Agenda 2030 identifica, nel goal 8, il turismo come incentivo primario per lo sviluppo economico inclusivo e rivolto alle comunità locali. Le attività legate al settore turistico possono infatti sostenere e accelerare la transizione ecologica adottando modelli sostenibili di consumo e produzione.
Secondo uno studio del PE il 64% dei viaggiatori europei presta attenzione alla sostenibilità del suo viaggio. In linea con gli obiettivi europei, e la richiesta della popolazione, anche il territorio mantovano deve rinnovare la sua proposta turistica.

La recente balneabilità dei laghi ha posto Mantova in un aut aut sul futuro della città, se continuare col business as usual o scegliere la sostenibilità.
Gli accordi turistici in programma sono orientati ad un turismo che non tutela e rispetta il delicato habitat naturale presente nel territorio, il quale andrebbe tutelato e valorizzato attraverso pratiche di turismo fluviale lento, incentivando ad esempio l’utilizzo di canoe per una scoperta della flora e della fauna presenti.

L’ingresso dell’area del Po dentro la riserva MAB Unesco offre la possibilità di valorizzare la biodiversità del nostro territorio, approfittando della denominazione prestigiosa che funge già di
per sé da richiamo turistico.
Iniziative come la ciclovia Vento (già in via di sviluppo ma con soltanto due lotti attualmente finanziati nella Provincia di MN) ed il progetto della ciclovia del sole, promuovono un tipo di
turismo lento e sostenibile, che porterà un notevole beneficio economico e una rivalutazione delle bellezze storiche dei nostri territori, compatibilmente ad un basso impatto ambientale.
Per favorire ed accogliere il cambiamento già in atto, è necessaria una riorganizzazione degli spazi cittadini. E’ evidente infatti come il turista che viaggia in bici non possa trovare una città
pensata per le auto.
Ciò incentiverebbe anche lo sviluppo di una rete di ciclabili cittadine tra loro collegate, ma anche una maggiore connessione tra le reti museali, le strutture ricettive e i
servizi informativi presenti sul territorio. Una progettazione di questo tipo agevolerebbe le visite degli ospiti stranieri, oltre che di quelli nazionali.

Esiste già un rete di percorsi che transita per il territorio mantovano (ad esempio la Via Matildica Del Volto Santo) a cui potersi connettere per ampliare l’offerta e convogliare nella nostra zona un’ampia fascia turistica che altrimenti si rivolgerebbe altrove.

7. HABITAT E TUTELA DELLA BIODIVERSITA’

L’agricoltura ecologica, il turismo sostenibile, la tutela del suolo, la prevenzione del dissesto idrogeologico, l’adattamento alla scarsità idrica e la creazione di un ambiente salubre (secondo
l’approccio One Health) vanno di pari passo con la tutela degli habitat e della biodiversità. Gli ecosistemi, infatti, non hanno solo un valore intrinseco e paesaggistico, ma svolgono importanti
funzioni di sostegno e di regolazione, i cosiddetti servizi ecosistemici.

Rigenerare e tutelare gli ecosistemi, connettere parti di habitat frammentate per favorire con i corridoi della biodiversità, gestire e tutelare la vegetazione golenale negli alvei dei fiumi, sono
tutte azioni di cruciale importanza per la mitigazione e l’adattamento climatico.

L’anidride carbonica catturata dalle piante e trattenuta negli ecosistemi, infatti, svolge un ruolo fondamentale nel ciclo del carbonio. Se la deforestazione è ed è stata un forte driver del
cambiamento climatico, rinverdire il pianeta può permetterci di raggiungere un’economia carbon negative, dove la CO2 assorbita è maggiore di quella emessa. Ad oggi la migliore tecnologia di
cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) sono le piante.

Come riportato dall’IPCC, inoltre, la riforestazione e la rigenerazione degli ecosistemi, così come la forestazione urbana, sono fondamentali per adattarsi alla Crisi Climatica in atto,
rendendo più resilienti e meno vulnerabili i territori.
Una zona boschiva, vegetata e non impermeabilizzata, infatti, assorbe meglio l’acqua, è meno soggetta a dissesto idrogeologico ed è più resistente a siccità e climi caldi. La vegetazione
urbana, inoltre, mitiga l’effetto isola di calore, portando ad abbassare le temperature in zone urbane di fino a 6°C.

L’obiettivo internazionale stabilito nel World Economic Forum e riconosciuto dall’ONU per il decennio 2021-2030 è dato dalla “One Trillion Trees Initiative”: piantare mille miliardi di alberi
entro il 2030, circa ⅔ di quelli che l’umanità ha abbattuto durante la sua storia.

Si tratta di 125 alberi per abitante del Pianeta, e quindi circa 50 milioni di alberi per la Provincia di Mantova. La linea di tutela e promozione degli ecosistemi della nostra zona deve muoversi
attorno al complesso reticolo idrografico, in particolare lungo gli alvei del Po, dell’Oglio e del Mincio, inserendo alberature in linea con l’ecosistema locale, che fungano da fonte di arricchimento della biodiversità. Per una corretta gestione degli ecosistemi fluviali è necessaria una stretta collaborazione tra Provincia, Comuni, Enti Parco e l’Autorità di Bacino distrettuale
del Fiume Po, sia amministrativa che nell’ambito della formazione e della sensibilizzazione dei cittadini. Fornire maggiore spazio alle autorità di bacino distrettuale significa avvicinarsi ad una
gestione bioregionale, che ai confini storici e amministrativi unisce quelli legati alla conformazione biofisica del territorio. La sempre maggiore frequenza e intensità di periodi siccitosi rende ancora più necessaria una gestione integrata del bacino idrico del fiume Po, dove un punto non può essere visto come separato da tutti gli altri a monte e dove il razionamento dell’acqua deve essere gestito in modo completo, ragionevole e solidale

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo!