2 anni fa il primo sciopero per il clima. Ma ancora non si agisce: da Merkel per iniziare a farlo.

2 anni fa, il 20 agosto del 2018 si è tenuto il primo sciopero per il clima, grazie all’iniziativa di una quindicenne, Greta Thunberg. Da allora milioni di persone sono scese in piazza in più occasioni ovunque nel mondo.

L’anno scorso, il 28 novembre 2019, il Parlamento Europeo ha dichiarato “Emergenza Climatica e Ambientale”.

Ma in questi 2 anni nel mondo abbiamo emesso più di 80 gigatonnellate di CO2. Abbiamo assistito a un susseguirsi di disastri naturali ovunque: incendi, ondate di calore, alluvioni, uragani, tempeste, fusione del permafrost, collasso dei ghiacchi e di interi ecosistemi. Molte vite, umane e non, sono andate perse. E questo è soltanto l’inizio.

I leader mondiali parlano di “crisi esistenziale”, discutono di emergenza climatica in innumerevoli summit e riunioni, assumono impegni, fanno discorsi altisonanti. Ma, quando si tratta di agire concretamente siamo ancora a un livello di rifiuto, di negazionismo. La crisi climatica ed ecologica ad oggi non è ancora stata trattata come una vera crisi.

Il divario tra ciò che occorre fare e ciò che si sta davvero facendo aumenta di minuto in minuto. La realtà è che abbiamo perso altri 2 anni… 2 anni sprecati in assenza di azione politica.

A luglio 2020, in occasione del summit del Consiglio Europeo, abbiamo pubblicato la lettera aperta “Face The Climate Emergency – Richieste ai leader europei e mondiali” con cui abbiamo raccolto più di 125 mila firme.

Il 20 agosto 2020, Greta Thunberg, Luisa Neubauer, Anuna De Wever e Adélaïde Charlier hanno incontrato a Berlino la cancelliera Angela Merkel – in quanto la Germania ora presiede il Consiglio europeo – che ha definito la lotta al cambiamento climatico “una sfida globale“. Nell’incontro si sono trovate d’accordo sul fatto che “ai Paesi più industrializzati spetta una responsabilità particolare su questo tema“, la base di questo impegno è “una seria messa in pratica degli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima“.

Al centro del colloquio anche gli impegni climatici assunti dalla Germania, attualmente a capo dell’UE, tra cui il raggiungimento della Neutralità Climatica entro il 2050, l’obiettivo della riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2030 e l’uscita tedesca dal carbone.

Come ben sappiamo, questi obiettivi sono decisamente insufficienti se consideriamo che, per il principio di Giustizia Climatica, l’Ue deve azzerare le emissioni entro il 2035. 

L’Europa ha la responsabilità di agire. L’Europa e il Regno Unito sono responsabili del 22% delle emissioni globali prodotte finora, secondi solo agli Stati Uniti. È profondamente immorale che i paesi che hanno causato in minima parte il problema debbano soffrire per primi e di più. L’Europa deve agire ora, come si è impegnata a fare firmando gli Accordi di Parigi.

Le nostre richieste sono di bloccare tutti gli investimenti e i sussidi alle fonti fossili; disinvestire dal settore fossile, rendere l’ecocidio un crimine internazionale, progettare politiche che proteggano i lavoratori e i soggetti più vulnerabili, salvaguardare la democrazia e stabilire dei bilanci di CO2 (carbon budget) annuali vincolanti basati sulla migliore scienza oggi disponibile.

Ci rendiamo conto che il mondo è complicato e che non stiamo chiedendo cose semplici e possono apparire irrealistiche. Ma sarebbe più irrealistico credere che le nostre società riusciranno a sopravvivere al riscaldamento globale in continuo aumento – e ad altre disastrose conseguenze ecologiche causate dal nostro attuale business as usual.

Che lo vogliamo o no, saremo costretti a cambiare radicalmente. Il punto cruciale è: decidiamo noi di cambiare o aspettiamo che sia la natura a imporcelo?

Negli Accordi di Parigi i leader mondiali si sono impegnati a mantenere l’aumento medio di temperatura globale ben al di sotto dei 2°C, puntando agli 1,5°C. Le nostre richieste non sono altro che la dimostrazione di ciò che nella pratica occorre fare per impegnarsi davvero. Eppure rappresentano solo il minimo necessario per rispettare quelle promesse.

Se i nostri leader non hanno intenzione di agire, devono iniziare a spiegarci perché stanno rinunciando agli Accordi di Parigi, perché stanno rinunciando a mantenere le loro promesse, perché stanno rinunciando ad aiutare le persone che vivono nelle zone già più colpite dalla crisi climatica, perché stanno rinunciando alla possibilità di consegnare un futuro vivibile ai loro figli, perché stanno rinunciando senza averci neanche provato.

La scienza non ci dice cosa dobbiamo fare, semplicemente raccoglie e presenta dati verificati. È nostro compito studiarli e unire i punti.

Quando leggiamo il rapporto speciale dell’IPCC – Riscaldamento globale di 1,5°C e il rapporto Production Gap dell’UNEP (United Nations Environment Programme) insieme a quello che hanno effettivamente sottoscritto i nostri leader negli Accordi di Parigi, è evidente che la crisi climatica ed ecologica non può essere risolta mantenendo intatto il nostro attuale sistema. Persino un bambino si può rendere conto che le politiche attuali non sono in linea con la migliore scienza oggi disponibile.

Dobbiamo porre fine alla devastazione, allo sfruttamento e alla distruzione continua di sistemi che ci garantiscono la sopravvivenza e dobbiamo muoverci verso la completa decarbonizzazione dell’economia che metta al centro il benessere delle persone, la democrazia e il mondo naturale.

Per avere una possibilità di restare sotto gli 1,5°C di riscaldamento, le nostre emissioni devono iniziare nell’immediato a ridursi rapidamente fino ad azzerarsi e poi scendere sotto lo zero. È un dato di fatto. E dal momento che non disponiamo di tutte le soluzioni tecniche per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo usare quelle che abbiamo a disposizione oggi. Ciò significa anche smettere di fare certe cose. E questo è un altro dato di fatto.

Eppure è un fatto che la maggioranza delle persone rifiuta di accettare. Il solo pensiero di essere in una crisi per la quale non possiamo comprare, costruire o investire in una soluzione sembra causarci una sorta di corto circuito mentale collettivo.

Questo mix di ignoranza, rifiuto e incoscienza è il vero cuore del problema.

Possiamo fare, come ora, tutte le riunioni e le conferenze sul clima che vogliamo. Non porteranno a nessun cambiamento necessario, perché la volontà di agire e il livello di consapevolezza richiesti non si vedono ancora. L’unico modo di procedere è che la società umana inizi a trattare questa crisi come una crisi.

Il futuro è ancora nelle nostre mani. Ma il tempo ci sta rapidamente scivolando tra le dita. Possiamo ancora evitare le conseguenze peggiori. Ma per farlo dobbiamo affrontare l’emergenza climatica e cambiare i nostri modi. E questa è la scomoda verità dalla quale non possiamo fuggire.

Leggi, firma e continua a diffondere la lettera Face The Climate Emergency  

Mettici la faccia. Ecco come fare!

Fonti e approfondimenti