In questo decennio i climatologi hanno smesso di fare gli educati

di Bob Berwyn

Gli avvertimenti della Scienza sul rischio di un riscaldamento globale incontrollato sono cresciuti a dismisura negli ultimi anni, con messaggi urgenti da parte dei ricercatori sui social media, nelle testimonianze delle commissioni parlamentari e persino direttamente negli stessi studi pubblicati.

La tendenza a lanciare avvertimenti più netti e richiami più forti all’azione per il clima nelle pubblicazioni scientifiche sta rafforzando gli appelli del crescente movimento di protesta per il clima. Una combinazione che ha il potenziale per spingere la società a un punto di svolta che si traduca in una maggiore azione da parte dei governi.

I climatologi affermano che i risultati delle loro ricerche sono talmente definitivi che gli è praticamente impossibile rimanere in silenzio. Ma forse il motivo principale per cui questi avvertimenti vengono fatti con toni più urgenti è perché il tempo rimasto per agire è ormai davvero poco. Le emissioni globali di gas serra devono essere azzerate entro il 2050 per raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2°C. Eppure, dalla firma dell’Accordo di Parigi del 2015, le emissioni hanno continuato ad aumentare, e la maggior parte dei governi non ha messo in campo alcun tipo di azione significativa per il clima. Tutti questi fattori hanno portato un numero crescente di ricercatori a intensificare le loro comunicazioni in tutti i modi possibili.

“Quello che stiamo vedendo è il sintomo più recente di un’ondata lunga, partita otto anni fa”, racconta Katharine Hayhoe, scienziata dell’atmosfera e direttrice del Climate Science Center della Texas Tech University. “Ritengo che ci sia stato un netto cambio di registro circa sette o otto anni fa, quando siamo passati dal dire ‘Guarda che interessante’ a ‘Oh merda, siamo fottuti’.”

La ricercatrice climatica Kim Cobb, del Georgia Institute of Technology, ha dichiarato di aver deciso di fare avvertimenti più incisivi dopo essere stata testimone diretta della morte dell’ecosistema della barriera corallina nelle isole Kiribati, descritta in dettaglio nella sua testimonianza resa a febbraio 2019 al Comitato delle risorse naturali della Camera degli Stati Uniti.

 “Lo si riscontra anche nel modo di parlare degli scienziati quando comunicano con il pubblico”, dice Cobb. “Nessuno dice più ‘Beh, non sono un esperto di policy…’, come si faceva una volta. Ora stabiliamo dei paletti, e descriviamo pochi scenari tra cui scegliere.”

Oltre alle conclusioni sempre più terribili, secondo Hayhoe la tendenza a una maggiore insistenza negli avvertimenti e negli inviti a intervenire è dovuta a uno studio del 2013 in cui si concludeva che i climatologi tendevano sistematicamente alla troppa precauzione. Da allora, aggiunge, “i colleghi si sono detti ‘la gente deve sapere queste cose, dobbiamo fare di più perché non lo sta capendo’.”

Al di là della crescente conoscenza dei rischi che il cambiamento climatico comporta, c’è anche una maggiore comprensione nella comunità dei ricercatori e nel pubblico in generale di dover contrastare la massiccia propaganda a favore dell’industria del carbon fossile. Il climatologo della Pennsylvania State University Michael Mann afferma che la maggiore frequenza di avvertimenti nelle ricerche scientifiche è da attribuire agli sforzi della comunità scientifica di contrastare la disinformazione diffusa dall’industria dei combustibili fossili. Insieme a molti colleghi, che si occupano anche di scienze sociali, ha proposto un framework sistematico per aiutare “i ricercatori a distinguere il legittimo impegno critico dalle molestie in mala fede” al fine di consentire un dialogo basato solo su dati e fatti [1].

“La scienza è diventata più assertiva riguardo alla prospettiva di un repentino collasso delle calotte glaciali e degli impatti del cambiamento climatico sugli eventi meteorologici estremi”, Mann conferma. Questo ha portato i ricercatori a “diventare più assertivi sia nelle loro pubblicazioni scientifiche sia nelle loro presentazioni pubbliche”.

Questa nuova urgenza nella letteratura scientifica può sembrare una questione accademica, ma in realtà ha implicazioni molto importanti al di fuori delle pagine delle riviste del settore. Un linguaggio di avvertimento preciso potrebbe risultare decisivo nelle cause legali sul clima pendenti nei tribunali di varie parti del mondo, rendendo più difficile per i governi eludere di dover rispondere della loro inazione, e più difficile per le aziende dei combustibili fossili schivare la responsabilità per i danni causati dai loro prodotti.

“Il fatto che gli scienziati ritengano che sia necessario agire [per il clima] potrebbe tornare utile in un controinterrogatorio di un testimone esperto… gli avvertimenti e la maggiore certezza dei dati aumentano effettivamente la probabilità che queste argomentazioni vengano accettate”, ha sottolineato Michael Burger, direttore del Sabin Center for Climate Change Law della Columbia University.

In parallelo, anche il ricambio generazionale in corso nella comunità dei ricercatori in campo climatico ha in parte influenzato il nuovo tono che la climatologia ha scelto di usare nelle sue comunicazioni. Questo vale soprattutto per gli scienziati più giovani che hanno iniziato la loro carriera negli anni in cui i gravi rischi del riscaldamento globale erano già evidenti e che quindi hanno iniziato a chiedersi perché non si stia ancora facendo di più. Ben van der Pluijm, direttore della rivista Earth’s Future, afferma che una nuova generazione di climatologi sta inasprendo il tono degli avvertimenti scientifici perché sono frustrati e preoccupati per il loro futuro.

“Agli inizi degli anni ‘90 avevamo capito l’essenziale”, ha raccontato van der Pluijm. “Non conoscevamo tutti i dettagli, ma avevamo compreso bene il quadro generale della climatologia”. Inoltre anche la soluzione – ridurre le emissioni di gas serra – era ben chiara, ha aggiunto, ma nessuna politica è stata ancora attuata per raggiungere questo obiettivo.

Gli scienziati più giovani stanno pensando al futuro immediato in modo pratico, offrendo direttamente nelle loro ricerche suggerimenti su cosa potrebbe funzionare, come indirizzo per le politiche. Andrew Dessler, ricercatore della Texas A&M University, è convinto che gli scienziati più giovani stiano affrontando il problema del clima con maggiore urgenza perché saranno costretti a convivere con le conseguenze delle scelte fatte oggi per il resto della loro vita.

“Vedo un cambiamento nei miei studenti, un netto cambiamento nella preoccupazione per le questioni ambientali”, ha confidato. “Sono cresciuti con l’idea che l’ambiente è qualcosa che va protetto. I giovani sono più sensibili e non sono troppo stanchi. Per loro, la posta in gioco è molto più alta, rispetto a noi.”

I ricercatori giovani sentono anche meno l’obbligo di seguire le tendenze e le modalità degli scienziati che li hanno preceduti, il che può avere un effetto liberatorio sia sul modo in cui parlano del cambiamento climatico sia su come si aspettano che il mondo agisca. Paradossalmente, i decenni di inazione globale potrebbero convincere i ricercatori più anziani a provare qualcosa di nuovo.

“Per quanto mi riguarda, io sono ancora relativamente giovane e forse troppo fiduciosa che le cose cambieranno”, ha affermato Sarah Connors, scienziata senior del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC). “Ma se fossi uno scienziato più anziano, uno che ha lavorato per decenni su un argomento legato al clima vedendo pochissimi progressi, penso che inizierei anche io ad alzare di più la voce.”

Il recente rapporto di valutazione dell’IPCC sui pericoli del surriscaldamento del pianeta oltre 1,5°C ne è una perfetto esempio. Il rapporto ha avuto un’enorme copertura mediatica dopo che gli scienziati, tra cui molti ricercatori più anziani, hanno usato un linguaggio aspro per descrivere sia i rischi che l’umanità dovrà affrontare sia le soluzioni da adottare.

Daniel Swain, ricercatore di climatologia della UCLA e del National Center for Atmospheric Research, ha affrontato la questione degli avvertimenti degli scienziati sulla sua pagina Twitter, dove ha messo in evidenza un tweet in cui afferma che è giusto gridare “al fuoco” in un teatro affollato che sta davvero andando a fuoco.

“Immaginate un film catastrofico degli anni ‘90 in cui gli scienziati della NASA ci avvertono che un gigantesco asteroide è diretto verso la Terra”, ha commentato Swain. “Solo che, invece di reclutare Bruce Willis per far esplodere la minaccia incombente, il Presidente Morgan Freeman decide che è troppo costoso costruire dei missili che potrebbero salvare la civiltà umana. È un po’ così che ci si sente ad essere un climatologo oggi.”

Il fatto che gli avvertimenti stiano per la maggior parte cadendo nel vuoto potrebbe contribuire ad amplificare la loro crescente urgenza. Negli ultimi anni in tutto il mondo sono emersi governi nazionalisti di destra che sminuiscono o negano del tutto le evidenze della climatologia. Gli Stati Uniti e il Brasile sono in prima linea, ma anche Australia, Russia e molti Stati del Golfo hanno avuto un ruolo importante nello stallo dell’azione climatica internazionale. In Germania, l’ascesa del partito di estrema destra AfD, che rifiuta gli avvertimenti globali della scienza, dimostra che il negazionismo climatico sta prendendo piede anche altrove. Olaf Eisen, co-direttore della rivista EGU The Cryosphere, afferma che queste avvisaglie dalla sfera politica hanno spinto gli scienziati a dare l’allarme, soprattutto perché il tempo utile per agire si riduce ogni anno che passa.

La recente attenzione sull’identificare gli effetti dell’aumento di temperatura di 1,5°C oppure di 2°C ha inoltre stimolato un nuovo sottotipo di ricerche, in cui gli avvertimenti sulla necessità di agire trovano una loro ragione d’essere naturale. Ad esempio, Eisen ha spiegato che le ultime scoperte scientifiche suggeriscono che con un aumento limitato a “solo” 1,5°C della temperatura, la maggior parte della calotta di ghiaccio della Groenlandia rimarrà intatta, mentre con un aumento di 2°C “inizierà lentamente a scomparire nei prossimi secoli, con un enorme impatto sull’innalzamento del livello del mare”.

L’imminente pericolo per la nostra società ha anche portato alcuni scienziati ad andare oltre la semplice aggiunta di avvertimenti nelle loro pubblicazioni o su Twitter. Quando lo scorso marzo migliaia di austriaci si sono riuniti per marciare a favore dell’azione climatica, Helga Kromp-Kolb, una delle principali climatologhe austriache, era a capo di un gruppo di scienziati che hanno preso parte alla manifestazione di Fridays For Future.

“Le cause per cui stiamo manifestando, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, sono questioni rilevanti per la sopravvivenza della nostra civiltà”, ha sottolineato. “Quindi tutti noi dovremmo essere qui a fare pressione ai governi per fare finalmente tutto il necessario per assicurare la sopravvivenza dell’umanità.”

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[1]  Lewandowsky, S., Mann, M., Brown, N., & Friedman, H. (2016). Science and the public: Debate, denial, and skepticism. Journal of Social and Political Psychology, 4(2), 537-553. https://doi.org/10.5964/jspp.v4i2.604 (PDF Open Access: https://research-information.bris.ac.uk/files/84448578/604_3803_3_PB.pdf)

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Bob Berwyn è un giornalista freelance che si occupa di questioni ambientali.

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Per gentile concessione dell’autore. Traduzione di FFF Italia.

https://earther.gizmodo.com/this-was-the-decade-climate-scientists-stopped-being-po-1840735992