Che cosa compriamo, quando compriamo una maglietta?

Alcune magliette costano meno di una colazione fatta male in stazione. Cinque euro, sette euro, magari il cartellino rosso con un numero barrato e un altro ancora più piccolo sotto.

Le prendiamo perché ci servono, perché sono carine, perché abbiamo pochi soldi, perché entrare in un negozio con l’aria condizionata ad agosto è una delle poche attività ricreative gratuite rimaste nelle città. Tutte ragioni comprensibili.

Il cartellino, però, racconta soltanto l’ultimo pezzo della storia.

Dietro il cartellino

Per arrivare su una gruccia, quella maglietta ha attraversato un sistema enorme e quasi invisibile: chi coltiva o lavora le materie prime, chi tinge, taglia, cuce, imballa, trasporta, vende.

Una geografia di fabbriche, porti, magazzini e piattaforme logistiche che ci appare soltanto quando una tragedia la rende momentaneamente impossibile da ignorare. Poi torna sullo sfondo, insieme alle etichette che prudenzialmente tagliamo via perché prudono.

La moda è una delle industrie che raccontano meglio il nostro tempo. Produce troppo, troppo in fretta, troppo a buon mercato; ci abitua a desiderare oggetti destinati a diventare rapidamente vecchi, mentre chi li realizza riceve spesso salari che non permettono di vivere con dignità.

Nel frattempo la ricchezza si concentra, i consumi più sfrenati restano appannaggio di pochə e l’impatto ambientale viene distribuito verso chi ha meno voce per contestarlo.

Il salario dignitoso sta dentro questa storia

Con “salario dignitoso” non si intende una cifra buttata lì per rendere più presentabile una vertenza. Si intende la retribuzione necessaria a sostenere una vita ordinaria senza dover trasformare ogni mese in un esercizio di sopravvivenza.

Mangiare, abitare, curarsi, spostarsi, studiare, vestirsi, affrontare un imprevisto senza che l’imprevisto coincida con una catastrofe familiare. E lavorare in un orario normale, senza dover aggiungere ore su ore per raggiungere una soglia di vivibilità.

C’è un passaggio che merita attenzione, soprattutto quando proviamo a collegare il salario alla crisi climatica. Non si tratta di dire che un reddito più alto debba servire a chiudersi in una stanza con un condizionatore acceso mentre fuori la temperatura sale ancora.

Quella sarebbe una risposta individuale a un problema collettivo, peraltro costruita attraverso un consumo energetico che, se lasciato alle sole logiche di mercato, rischia di aggravare la situazione da cui cerca di difenderci.

La questione è un’altra, e forse è più scomoda.

Le persone povere e precarizzate sono quelle che pagano più spesso il prezzo della crisi climatica, pur avendo contribuito molto meno a produrla.

Vivono più facilmente in case inefficienti o sovraffollate, lavorano in contesti esposti, hanno meno possibilità di interrompere un’attività rischiosa, di spostarsi, di curarsi, di partecipare alle decisioni pubbliche che riguardano i loro quartieri.

Un salario dignitoso non risolve da sé questi problemi, ma cambia la posizione da cui li si affronta. Restituisce margine, autonomia, capacità di sottrarsi al ricatto.

E, soprattutto, rende possibile chiedere altro: abitazioni pubbliche dignitose, trasporti accessibili, spazi verdi, luoghi freschi e gratuiti, condizioni di lavoro sicure, servizi sanitari che funzionino.

Tutte cose che non dovrebbero dipendere dal modello di condizionatore che si riesce a comprare.

Il 25 settembre al Giardino Mimmo Bucci

Il 25 settembre, al Chiosco del Giardino Mimmo Bucci di Bari, partiremo proprio da qui.

In occasione della Giornata mondiale per il Salario Dignitoso, Fridays For Future e Campagna Abiti Puliti organizzano “12 euro per cambiare moda – L’industria tessile tra lavoro povero e crisi climatica”.

L’incontro accompagnerà la presentazione dell’aggiornamento 2026 del rapporto sul salario dignitoso elaborato da Campagna Abiti Puliti: un lavoro che riporta al centro la domanda più elementare e più elusa del mercato del lavoro, cioè quanto occorra guadagnare per vivere senza dipendere dalla precarietà.

Dalle 17:00 il giardino ospiterà uno swap party di abiti usati e libri. Non è la soluzione alla fast fashion, sarebbe persino buffo sostenerlo. Ma può essere un modo per interrompere, per qualche ora, l’automatismo per cui un oggetto ha valore soltanto se è nuovo e un incontro ha senso soltanto se produce una transazione.

Dalle 19:00 alle 20:30 discuteremo di filiere tessili, lavoro povero, disuguaglianza e crisi climatica con Priscilla Robledo di Campagna Abiti Puliti, Saverio Fraccalvieri, Segretario Generale della FILCTEM CGIL Bari, Cooperativa CAPS e Fridays For Future Bari.

Modera Marianna Lentini, giornalista e sociologa.

Ci vediamo venerdì 25 settembre, al Chiosco del Giardino Mimmo Bucci, in via Don Bosco a Bari. L’ingresso è libero.

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